Hanno scelto chi sarebbe diventato famoso. E nessuno ricorda i loro nomi.
Non è una provocazione. È la storia dell’arte contemporanea che nessun manuale racconta.
Pensate all’ultima mostra che vi ha cambiato qualcosa dentro. All’opera davanti a cui vi siete fermati tre minuti in più del previsto. All’artista che avete cercato su Internet appena usciti dalla galleria.
Ora chiedetevi: chi ha deciso che quell’artista meritasse di esistere in quello spazio, in quel momento, con quella luce?
Quasi certamente, quella persona non ha mai avuto una monografia con il suo nome in copertina. Specialmente se Donna.
Il mercato dell’arte ha una memoria selettiva e molto precisa nei suoi criteri di oblio. Premia la firma sull’opera. Dimentica rapidamente e silenziosamente la mente che ha reso quella firma possibile. E quando quella mente appartiene a una donna, la dimenticanza è ancora più veloce.
Non è esclusione dichiarata. Non troverete verbali in cui qualcuno decide consapevolmente di cancellare qualcuno. È qualcosa di più sottile: erosione del credito, attribuzione implicita, il “è stata fondamentale, certo” pronunciato con il tono di chi descrive un’assistente efficiente, non un’architetta del gusto contemporaneo.
La Gallerista americana Marian Goodman apre la sua galleria a New York nel 1977 e costruisce sistematicamente il ponte culturale tra Europa e Stati Uniti. Introduce artisti come Richter, Polke, Boltanski al pubblico americano non come distributrice, ma come curatrice intellettuale con una visione che molti colleghi uomini, con gallerie storiche e capitali più solidi, semplicemente non avevano. Il suo nome è rispettato nel settore. Raramente viene citato con la stessa autorità dei nomi che lei ha reso celebri.
La scrittrice e attivista Lucy Lippard scrive “Six Years” nel 1973, probabilmente il testo critico più importante sull’arte concettuale mai prodotto. Non stava analizzando un movimento: lo stava costruendo in tempo reale, creando connessioni tra artisti che senza di lei non si sarebbero mai incontrati. Nelle cronologie ufficiali compaiono Kosuth, LeWitt, Weiner. Ma Lippard viene citata in nota.
Peggy Guggenheim, a cui abbiamo dedicato un approfondimento sul nostro sito, è l’eccezione che conferma la regola. Ha finanziato Pollock, ospitato Ernst, aperto la sua collezione a Venezia quando nessuno avrebbe scommesso un franco su quegli artisti. Eppure per decenni la narrazione ufficiale la relegava al ruolo di “moglie eccentrica” prima che di curatrice visionaria. La sua intelligenza curatoriale veniva letta come capriccio biografico.
Questa è la forma più sofisticata di cancellazione: non negare la presenza di qualcuno, ma reinterpretarne la natura.
E sarebbe comodo fermarsi al passato. Dire che erano altri tempi. Ma questo meccanismo non appartiene al passato: si è semplicemente raffinato. Le galleriste scoprono opere anni prima che diventino aste, assumendo rischi che il mercato ricompensa attribuendo il valore all’artista invece che alla relazione che lo ha reso visibile. Le critiche costruiscono il vocabolario con cui i cataloghi istituzionali descriveranno artisti già consacrati, senza citare dove quelle parole sono nate. Le curatrici progettano mostre di straordinaria complessità per vederle poi firmate dal nome dell’istituzione o del direttore artistico in carica.
Il “gender gap” della visibilità nell’arte è sottile proprio perché non si vede. Ed è questa la sua forza più perversa.
Cosa possiamo fare, concretamente? Citare le curatrici nei comunicati stampa con la stessa autorità con cui si citano gli artisti. Costruire archivi delle galleriste degli anni Sessanta e Settanta il cui lavoro critico nessuno ha documentato. Quando scriviamo di un artista, scrivere anche di chi ha creduto in lui o lei prima che il mercato lo confermasse.
La storia dell’arte è sempre una storia relazionale. Le relazioni hanno nomi. Quei nomi meritano di essere ricordati.
ARTISTINCT nasce anche da questa consapevolezza. Un ecosistema che valorizza il lavoro invisibile, quello curatoriale, critico, di costruzione delle reti; si avvicina alla verità dell’arte molto più di uno che celebra solo le firme in primo piano.
Oggi non vi diamo una lista di artiste da scoprire. Vi chiediamo qualcosa di più difficile: cercate chi stava dietro agli artisti che già amate. Leggete un saggio critico di una curatrice invece dell’ennesima intervista all’artista. Chiedetevi, davanti alla prossima mostra che vi colpisce, chi ha avuto il coraggio di progettarla.
L’arte contemporanea non è fatta solo di opere. È fatta di sguardi.
E molti degli sguardi più importanti del Novecento appartenevano a donne i cui nomi non avete ancora imparato a memoria.
È il momento di impararli.
Quale figura femminile dimenticata del mondo dell’arte vorreste che raccontassimo?
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This is art- This is you


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