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Cosa rimane se togliete la musica da Sanremo?

Arte. E un esercito di creativi che l’Italia guarda ogni anno senza riconoscere.

14 milioni di spettatori, 76 edizioni, un palco da 200.000 pixel. Eppure quasi nessuno conosce i nomi di chi ha reso Sanremo l’esperimento visivo più longevo della televisione europea.

Ogni anno l’Italia si ferma per cinque serate. Si discute di look, di scalinate, di luci. Ma dietro ai cantanti in gara, dietro a ogni inquadratura calibrata, ogni cambio d’abito che diventa titolo di giornale, ogni transizione cromatica del palco opera un ecosistema di professionisti dell’arte e del progetto visivo che raramente riceve il riconoscimento che merita.

Scenografi, light designer, stylist, fotografi, grafici: figure con formazione e competenze che appartengono al mondo dell’arte contemporanea, del design e dell’architettura, non dell’intrattenimento televisivo.

Questa è la loro storia. Ed è anche una riflessione su cosa racconta, nel bene e nel limite, del rapporto tra l’Italia e la propria cultura visiva.

Diciamolo con franchezza: Sanremo è oggi un prodotto pseudo-culturale di massa. Un evento che mobilita l’attenzione collettiva del Paese con una potenza che nessuna biennale, nessuna mostra, nessun festival d’arte riesce nemmeno ad avvicinare.

In sé, non è un male, anzi, il Festival dimostra che esiste un’enorme domanda latente di esperienza estetica. Il problema è la sproporzione: se anche solo una frazione dell’energia, della curiosità e della partecipazione che l’Italia dedica a Sanremo dal proprio divano di casa venisse rivolta verso la partecipazione all’arte, al design e alla cultura contemporanea con la stessa intensità, avremmo un Paese con un senso del gusto e un intelletto culturale sensibilmente più alti. Invece, l’unico momento in cui milioni di italiani discutono di scenografia, styling e linguaggio visivo è quando questi elementi sono al servizio di una gara canora.

Il paradosso è fertile, però. Perché dentro questo contenitore pop lavorano professionisti il cui talento meriterebbe palcoscenici dedicati.

Lorenzo Musso, scenografo del festival dalla prima edizione del 1951 al 1976, interpreta il palco sanremese come contenitore neutro: tendaggi napoleonici, composizioni floreali, l’eredità formale dell’estetica radiofonica.

Ma nel 1967 accade qualcosa di rilevante: una scenografia optical ispirata alla Pop Art, con quinte costituite da pannelli rosa traforati le cui trasparenze creavano giochi di luce. Un dialogo esplicito con le ricerche percettive che in quegli anni artisti come Bridget Riley conducevano attraverso pattern geometrici in bianco e nero calcolati per produrre illusioni di movimento.

Nel 1964 era già apparsa l’iconica scala centrale, elemento architettonico destinato a diventare codice identitario del Festival. Gli anni Ottanta portano Enzo Somigli e le scenografie disco-futuriste, mentre nel 1985 Luigi Dell’Aglio crea un palco ispirato all’iconografia di Blade Runner e Giorgio Moroder, intercettando l’immaginario cyberpunk proprio mentre si consolida nella cultura mainstream.

Nel 1987 Gaetano Castelli inizia una collaborazione ventennale che ridefinisce lo spazio scenico televisivo italiano. Le sue creazioni, superfici tondeggianti, volumi futuristici privi di spigoli, respirano con la musica; anticipando l’estetica digitale degli anni Duemila. Nel 2024 torna con la figlia Maria Chiara, creando scenografie ispirate alle grandi cupole dell’architettura italiana come quella del Pantheon, reinterpretate in chiave contemporanea.

Parallelo e complementare è il contributo di Dante Ferretti, scenografo e costumista maceratese tre volte Premio Oscar (The Aviator 2005, Sweeney Todd 2008, Hugo Cabret 2012). Ferretti ha lavorato con Pasolini, Fellini, Scorsese e Burton, dimostrando come la scenografia italiana possa competere sui palcoscenici mondiali.

Ma se la scenografia costruisce il mondo, sono i corpi degli artisti a abitarlo con intenzionalità politica. Nel 1986, Loredana Bertè sale sul palco con un finto pancione in lattex disegnato da Luca Sabatelli, provocazione femminista che eclissa la canzone stessa.

Il maestro Versace domina gli anni Ottanta e Novanta: Patty Pravo nel 1984 indossa lurex da sacerdotessa con taglio geometrico che richiama l’estetica degli abiti tradizionali giapponesi. Il sistema moda comprende rapidamente che il Festival garantisce visibilità superiore a qualsiasi fashion week, diventando campo di battaglia dove stylist vestono performer in Valentino, Dolce&Gabbana, Dior.

Quest’anno Riccardo Bocchini, architetto pesarese alla quinta collaborazione con Carlo Conti, firma un palco di 120 metri quadri con 2.800 metri di strip luminosi contenenti 200.000 pixel e ledwall di 250 metri quadri. Un organismo che muta da completamente nero a completamente bianco, dove la direzione fotografia di Mario Catapano lavora in sinergia con lo scenografo trasformando la scena attraverso accensioni e spegnimenti.

Sul fronte styling, Nicolò Cerioni, che veste Achille Lauro, co-conduttore della seconda serata; afferma: “A Sanremo un abito non parla solo di moda, è politica”.

Le sue creazioni con Lauro e Alessandro Michele (esposto al MUDEC di Milano nel 2021) rappresentano operazioni di storytelling visivo che superano il confine tra performance musicale e installazione artistica. Nel 2025, il duo Coma Cose hanno indossato creazioni dalla collezione Pavillon des Folies di Valentino, prima firmata da Alessandro Michele come direttore creativo.

Ma è l’ecosistema di creativi visuali emergenti a rivelare la maturità del sistema. Simone Biavati documenta la scena musicale dal 2017, lavorando con Coez, Marracash, Elodie. Per Sanremo 2025 ha curato le immagini promozionali di Lucio Corsi, mentre Simone Peluso, bolognese classe 1997, vincitore del premio Miglior regista under 25 ai Videoclip Italia Awards 2023, lavora con mix di fotografia analogica e digitale, creando linguaggio documentaristico che restituisce stratificazione visiva oltre l’immagine patinata.

Nel 2019, Livia Massaccesi, designer romana specializzata in grafica editoriale, crea le iconiche “faccine” che accompagnavano i cantanti, sintesi grafica dei connotati più rappresentativi. Un progetto di visual identity che trasforma i volti in pittogrammi riconoscibili.

La traiettoria di 76 edizioni disegna un’evoluzione precisa: dalla scenografia-contenitore alla scenografia-protagonista, dallo styling-accessorio allo styling-manifesto, dalla separazione disciplinare alla fusione totale.

Sanremo anticipa ciò che musei e istituzioni culturali stanno sperimentando oggi: la curatela integrata dove visual design, fashion, fotografia e architettura effimera convergono. Il Festival dimostra che l’arte non abita solo i white cube.

Quando milioni di persone discutono un pancione di lattex, una scala motorizzata o un abito Valentino, stiamo assistendo a democratizzazione culturale su scala nazionale. Ma resta una domanda scomoda: perché questa stessa energia collettiva non si attiva per una mostra al Palazzo delle Esposizioni, per una biennale a Venezia, per il lavoro di quegli stessi creativi quando operano fuori dal perimetro sanremese?

Ma forse la vera domanda è un’altra: cosa succederebbe se l’Italia dedicasse alla propria cultura visiva anche solo metà dell’attenzione che riserva al Festival?

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