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Un volto per Banksy? O dietro c’è un intero collettivo?

Il mistero più redditizio dell’arte contemporanea è finito. O magari…è appena iniziato.

Per trent’anni ci hanno venduto l’idea che l’arte non avesse bisogno di un nome. Ci abbiamo creduto tutti. Ma forse avevamo torto.

Il 13 marzo 2026 l’agenzia di stampa Reuters ha svelato l’identità segreta dello street artist Banksy.

Ma la notizia vera non è il nome.

La notizia vera è quello che il nome nasconde: non una persona sola, ma un sistema. Un sistema che, nel frattempo, ha generato numeri che farebbero impallidire le più prestigiose gallerie d’arte.

Ma adesso fate un passo indietro e chiedetevi: chi, da solo, potrebbe aver costruito tutto questo?

Reuters ha pubblicato un’inchiesta investigativa partita da sette opere apparse nell’autunno del 2022 sulle macerie di edifici bombardati in Ucraina. Le immagini di bambini e ginnaste che danzano sui cumuli di ferro tra Kiev e i villaggi della periferia devastata vengono poi rivendicate da Banksy online. I giornalisti iniziano a scavare… e quello che trovano è molto più grande di un nome.

L’indagine parte da un arresto del 2000 a New York: nei documenti giudiziari compare il nome Robin Gunningham, che negli anni ha cambiato identità legale in David Jones: lo stesso nome che David Bowie aveva prima di diventare Ziggy Stardust.

Il suo avvocato Mark Stephens aveva chiesto a Reuters di non pubblicare. Il suo ex manager Steve Lazarides aveva chiuso così: «Robin Gunningham non esiste. Il nome che avete l’ho ucciso anni fa.» Ma Reuters ha pubblicato lo stesso.

E insieme all’identità, ha raccontato anche altro: in Ucraina, due uomini a volto coperto escono da un’ambulanza con gli stampi pronti.

Abbiamo sempre dato per scontato che dietro Banksy, ci sia un genio solitario: ma forse alle spalle di questo nome vi è una vera e propria crew.

Fermiamoci qui un momento, perché è qui che la storia diventa interessante davvero.

Banksy ha mosso i suoi primi passi artistici all’interno di una crew chiamata DryBreadZ, dove il focus era sulla tecnica wildstyle, un sistema complesso di lettere intrecciate che richiede tempo, esperienza e una padronanza del gesto difficile da improvvisare. E se quella scuola collettiva non fosse mai finita? Se si fosse solo evoluta in qualcosa di molto più ambizioso?

Se la osservate con gli occhi giusti, quelli di chi capisce come funziona davvero un progetto di scala globale, l’evidenza è ovunque.

Sicuramente tutti ricorderete l’ottobre 2018, dove durante un’asta da Sotheby’s, una tela venduta per 1,04 milioni di sterline inizia, subito dopo il colpo del martelletto a passare attraverso un trituratore nascosto nella cornice.

La sala è attonita. Il mondo impazzisce. Ma nessuno si chiede la cosa più ovvia: qualcuno ha progettato e installato un meccanismo di precisione all’interno di una cornice che è stata manipolata, custodita, trasportata e appesa in una delle case d’aste più sorvegliate del mondo, senza che nessuno se ne accorgesse.

Un uomo solo non entra e non esce da Sotheby’s con un marchingegno del genere.

Quella non era street art. Era un’operazione. E quell’operazione, per inciso, ha fatto sì che la stessa opera, ribattezzata Love Is in the Bin , venisse rivenduta anni dopo per 18,58 milioni di sterline. La distruzione come moltiplicatore di valore: anche questo richiede una mente strategica, non solo una bomboletta.

E qui entriamo nel territorio dove l’arte smette di essere solo arte e diventa qualcosa di più vicino a un modello di business.

La vendita di opere di Banksy ha generato un totale stimato di 248,8 milioni di dollari in vendite sul mercato secondario dal 2015. Un patrimonio netto personale stimato intorno ai 50 milioni di dollari. Al centro di tutto c’è Pest Control Office, costituita nel 2008, che funge sia da organo di autenticazione che da struttura operativa dell’artista stesso. Il suo primo bilancio, del 2009, mostrava patrimonio totale di 243.000 sterline. Nel 2024 questo aveva raggiunto circa 5,7 milioni di sterline.

Ma la domanda è: chi gestisce tutto questo? Chi autentica, chi vende, chi decide cosa è un Banksy e cosa non lo è?

Reuters ha identificato sette società direttamente connesse a Banksy nel corso degli anni, più almeno due ulteriori aziende collegate all’artista tramite i suoi legali e commercialisti. Sette società. Per un uomo solo che dipinge di notte con una bomboletta.

Oppure prendete Dismaland ( 2015): un parco tematico distopico nel Somerset, in Inghilterra, con sculture, installazioni video, attori, strutture architettoniche, sistemi di illuminazione e artisti come Damien Hirst e Jenny Holzer coinvolti nell’allestimento.

Un solo uomo non avrebbe potuto concepirlo, costruirlo, gestirlo e smontarlo. Ci vuole una mente creativa, sì, ma ci vogliono anche ingegneri, scenografi, curatori, logisti, avvocati.

E poi il Walled Off Hotel a Betlemme, nel 2017: un hotel funzionante costruito accanto al muro di separazione israeliano, con stanze progettate in collaborazione con altri artisti, una galleria interna, un museo, un bar. Un progetto che richiede competenze legali, diplomatiche, costruttive e curatoriali attive simultaneamente, in un territorio di conflitto.

E ancora Devolved Parliament, l’olio su tela del parlamento britannico popolato di scimpanzé: tecnicamente pittura accademica, non street art, battuta da Sotheby’s per 9,9milioni di sterline nel 2019. Lo stencil su muro e il pennello su grande tela sono mestieri distinti, con grammatiche diverse, con anni di apprendimento diversi.

L’evoluzione stilistica di Banksy abbraccia il wildstyle, la stencil art, la scultura, il video e i media interattivi una padronanza così trasversale che già solo questo dovrebbe farci alzare un sopracciglio. Nessun artista, per quanto straordinario, padroneggia con eguale profondità la bomboletta su muro di mattoni, l’olio su tela di grandi formati, la cinematografia documentaristica, l’architettura d’interni e l’ingegneria meccanica di precisione. Non in trent’anni di latitanza attiva, mentre scappa dalle forze dell’ordine di mezzo mondo.

Banksy, il vero Banksy, è probabilmente un sistema di ruoli: dal concettualista che custodisce il codice visivo al pittore tecnico che esegue gli stencil sulla strada fino ad arrivare al carpentiere che costruisce le strutture. Ognuno con la propria competenza. Ognuno con il proprio silenzio.

Dato l’ampio raggio d’azione e la scala dei progetti più recenti, sembra probabile che sempre più artisti stiano contribuendo sotto il suo nome. La cosa interessante è che questa ipotesi non indebolisce l’opera. La rafforza. Perché se dietro ogni murales, ogni stunt, ogni olio venduto a milioni c’è una mente collettiva che ha saputo mantenere una voce sola, un messaggio solo per tre decenni allora Banksy non è un artista. È qualcosa che l’arte contemporanea non aveva ancora visto: un’identità condivisa che funziona come un individuo. Un brand che respira.

C’è un’ultima ironia da registrare. Il mercato dell’arte aveva bisogno del nome più di chiunque altro. Il nome è garanzia, è provenienza, è il sistema di autenticazione che trasforma la bomboletta in asset finanziario.

Solo nel 2024, le opere di Banksy vendute all’asta hanno generato oltre 7 milioni di dollari. Per trent’anni l’anonimato aveva reso le opere al tempo stesso desiderabili e ingestibili. Adesso che c’è un nome, il mercato ha quello che voleva. Ma ciò che aveva reso quelle opere irripetibili, la tensione tra il tutto e il niente, tra la firma collettiva e il silenzio di tutti, appartiene a un’epoca che non torna.

La vera domanda non è chi è Banksy. È questa: le cose che ci cambiano davvero sono mai opera di una persona sola?

Scrivetelo nei commenti. È una di quelle domande in cui le risposte dicono più di noi che dell’arte.

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