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Sostenibilità e Design Week: la natura a tempo determinato

Durante la Settimana del Design di Milano, la natura è ovunque. Siamo circondati da prati temporanei, muschi applicati, piante scenografiche e foreste ricreate dentro spazi espositivi. È un linguaggio visivo preciso e pensato per comunicare attenzione all’ambiente in modo immediato.

Per il visitatore funziona lo colpisce visivamente e lo fotografa per pubblicarlo sui social.

Ma dietro questa estetica di tutela ambientale, quanto c’è di realmente sostenibile e quanto invece è solo una messa in scena destinata a durare pochi giorni?

Quanto di questo verde sopravvive oltre la domenica sera quando le luci si spegneranno?

In questi giorni, la città si è trasformata in un grande set vegetale. Fuorisalone propone ambienti sempre più immersivi: Electrolux ha ricreato a Porta Venezia una foresta svedese con The Swedish Home, uno spazio pensato per riconnettere il visitatore alla natura. All’Orto Botanico di Brera, Annabel Karim Kassar ha costruito per ANNAKA il Garden of the Esperides, un teatro sospeso tra piante e architettura. All’ADI Design Museum, Massimiliano Mandarini ha presentato GooDesign Cities, definito come il primo rifugio climatico italiano, tra giardini verticali e micro-orti urbani.

Tre installazioni diverse con un linguaggio comune che parla di natura, immersione e fotografia.
Installazioni con la stessa scadenza: domenica 26. Smontaggio. E poi?

Le esperienze di questa settimana sono progettate per essere memorabili, ma non necessariamente per durare.

Secondo i dati ufficiali del Fuorisalone, il 47% dei progetti dichiara l’uso di soluzioni circolari o materiali riutilizzati. È un dato che può sembrare rassicurante anche se dall’altro lato significa anche che più della metà dei progetti non esplicita alcun piano di seconda vita. Non è un dettaglio secondario: spesso sono proprio questi gli allestimenti più spettacolari e condivisi.

La narrazione sulla sostenibilità non è falsa, il problema è che viene raccontata solo in parte.

Un esempio ricorrente nel design contemporaneo è quello dei materiali bio-based, come il micelio,l’apparato vegetativo dei funghi, presentati come biodegradabili. Il micelio lo è davvero. Ma quando questi materiali vengono assemblati con colle sintetiche o componenti non separabili, l’oggetto finale smette di esserlo. Il risultato è la discarica mista.
Spesso, installazioni dichiarate “a impatto zero”, contabilizzano solo la fase di produzione, escludendo trasporto e smontaggio. O ancora: tonnellate di terra utilizzate per ricreare paesaggi naturali temporanei, non presentano alcuna indicazione su dove finiranno i materiali pochi giorni dopo.

Non è falso. È incompleto.
Il visitatore vede la foglia, non vede la filiera.

Dentro INTERNI MATERIAE, nei cortili dell’Università Statale, alcune installazioni offrono un’altra chiave di lettura. Non perché siano “giuste” o esenti da contraddizioni, ma perché rendono visibile ciò che spesso resta implicito: l’origine e il destino della materia.

L’architetto Alessandro Scandurra firma Mater per Holcim Italia: un’opera costruita con macerie provenienti dalla ricostruzione di scuole in Ucraina. Qui la materia non è neutra e non viene resa neutra. Porta con sé una storia precisa, recente, difficile.

Nel sottoportico, il designer Jan Puylaert presenta RINGS per EcoPixel: plastica riciclata mantenuta pura, non mescolata, non nascosta. È una scelta tecnica che diventa anche dichiarazione.

La plastica, così com’è, resta riconoscibile e quindi tracciabile. Non viene nobilitata ma gestita in modo responsabile, un tentativo di controllo sul ciclo della materia.

All’Isola Design Festival, Stellantis con SUSTAINera, insieme a Truly Design, lavora su componenti automotive usati trasformandoli in un’opera visiva. La questione non si risolve nel riuso ma sul fatto che questo esista già fuori dall’installazione, come parte di un sistema industriale attivo.

Questi progetti non sono modelli perfetti. Non sono “più sostenibili” in senso assoluto. Ma fanno una cosa diversa: lasciano intravedere il processo. Non si limitano a costruire un’immagine, aprono una domanda.

Ed è forse questa la vera soglia da superare. Non distinguere tra progetti giusti e sbagliati, ma tra quelli che si fermano alla superficie e quelli che permettono di andare oltre.

La sostenibilità, in questo contesto, non è un valore da accettare per fiducia ma qualcosa da interrogare.

Davanti a qualsiasi progetto “green”, le domande sono due:
Da dove viene la materia? Dove andrà dopo?

Se le risposte sono chiare, documentate, verificabili, il progetto regge. La Design Week continuerà a produrre esperienze straordinarie. Il vero salto non sarà rendere il verde più spettacolare. Sarà renderlo responsabile anche il lunedì mattina, quando le luci si spengono e la narrazione si defila.

This is art-This is you

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