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ArtHotel: Hai Mai Pensato Di Dormire Dentro Un’Opera D’Arte?

Nel 1992, su un’isola semi-abbandonata del Mare Interno del Giappone, un collezionista e un architetto hanno aperto un hotel dove gli ospiti dormivano accanto a opere di artisti come Hockney, Rauschenberg e Bruce Nauman.

Trent’anni dopo, lo scrittore inglese Pico Iyer, dopo sei soggiorni, lo ha descritto come uno dei luoghi più straordinari incontrati in oltre mezzo secolo di viaggi continui. Quell’hotel si chiama Benesse House, e quella che sembrava un’eccentricità da miliardari si è rivelata, col tempo, il prototipo di un modello globale.

Oggi, da Tokyo a Verona, dalla Toscana a New York, esiste una rete crescente di luoghi dove il confine tra camera da letto e galleria d’arte si è dissolto completamente. Non hotel con qualche quadro nella hall ma veri e propri ecosistemi culturali viventi, dove ogni superficie è pensata, ogni spazio è curato e ogni soggiorno è un’esperienza artistica integrale.

Si chiamano art hotel.

Il concetto di hotel come spazio artistico ha una genealogia molto affascinante. L’ospitalità di lusso ha sempre flirtato con l’arte, basti pensare ad esempio alla scultura floreale in vetro di Dale Chihuly nel soffitto del Hotel & casinò Bellagio a Las Vegas, o alla collezione di Warhol e Basquiat al W Hotel di South Beach.

Ma il vero salto concettuale avvenne nei primi anni Novanta, quando il rapporto tra arte e ospitalità smise di essere solo decorativo e diventò strutturale.

La Benesse House, progettata dall’architetto giapponese Tadao Ando sull’isola di Naoshima per volontà della famiglia Fukutake, non era un hotel con dell’arte dentro. Era un museo in cui si poteva dormire. Le stanze convivevano con opere site-specific, gli ospiti avevano accesso esclusivo alle sale espositive dopo la chiusura al pubblico, e la notte il confine tra visitatore e abitante si annullava.

Naoshima ha dimostrato qualcosa che nessun business plan avrebbe potuto prevedere: un’intera comunità poteva rinascere attraverso l’arte. Un’isola che il Giappone aveva dimenticato, trasformata in una delle destinazioni culturali più ambite del pianeta.

A New York, il Carlton Arms Hotel ha percorso una strada diversa ma ugualmente visionaria. Dal 1983, quando l’artista e receptionist Gil Dominguez dipinse i primi murali sulla tromba delle scale, l’hotel ha ospitato circa duecento artisti nel suo programma di residenza, trasformando ciascuna delle 54 stanze in un’opera d’arte unica. People Magazine lo ha definito un museo in cui si può vivere.

A Tokyo, la catena BnA Hotels ha costruito un intero modello attorno al concetto di dormire dentro un’opera d’arte, devolvendo parte dei ricavi direttamente agli artisti che avevano creato le stanze.

E poi c’è l’Italia. Che in questa storia non è un capitolo, bensì il prologo.

In Toscana, Villa Lena ospita dal 2007 un programma di residenze artistiche integrato nell’hotel: ogni artista, al termine del soggiorno, dona un’opera che va ad arricchire una collezione oggi superiore ai duecento lavori. Gli ospiti vivono immersi in un ecosistema creativo in continua evoluzione, un luogo dove l’ospitalità non è il fine, ma il mezzo attraverso cui l’arte accade.

Alle porte di Verona, invece, il Muraless Art Hotel ha scelto una strada diversa: novantaquattro stanze, oltre cinquanta artisti, dodici temi legati all’eccellenza italiana (dall’architettura al cinema, dal design alla lirica) e una facciata firmata da Mr. Brainwash. Il progetto, curato da Chiara Canali in collaborazione con la galleria milanese Deodato Art, ha trasformato una struttura alberghiera convenzionale nel primo hotel al mondo interamente dedicato alla street art. Non arte che decora un hotel, ma un hotel che esiste perché l’arte lo ha ridefinito.

Ogni artista, al termine del soggiorno, dona un’opera che va ad arricchire una collezione che oggi conta oltre duecento lavori, esposti nelle stanze e negli spazi comuni dell’hotel. Gli ospiti della struttura vivono immersi in un ecosistema creativo in continua evoluzione. Un luogo dove l’ospitalità non è il fine, ma il mezzo attraverso cui l’arte accade.

Questi non sono casi isolati. Sono segnali di una trasformazione profonda nel modo in cui l’arte viene prodotta, vissuta e sostenuta. Il concetto accademico di “artification” (la trasformazione di ciò che non è arte in arte) trova nell’art hotel la sua manifestazione più concreta nel settore dell’ospitalità.

L’arte non decora più lo spazio: lo definisce, gli conferisce identità, lo rende irripetibile.

La mappa di questi luoghi si espande ogni anno. Naoshima resta il pellegrinaggio imprescindibile. Villa Lena rappresenta una declinazione italiana del modello. E nelle capitali europee il concetto di ospitalità artistica sta diventando sempre più accessibile, sempre più strutturato e sempre meno eccentrico.

Il punto fondamentale è questo: l’art hotel è l’espressione del bisogno di creare spazi dove l’arte non sia qualcosa che si va a vedere, ma qualcosa dentro cui si vive. Dove il confine tra chi crea e chi fruisce diventa poroso. Dove l’ospitalità diventa un atto curatoriale e la curatela diventa un atto di ospitalità.

Oggi che l’esperienza ha sostituito il possesso come forma primaria di relazione con la cultura, questi spazi ibridi rappresentano qualcosa di più di una tendenza: rappresentano una ridefinizione silenziosa del valore che, come società, scegliamo di attribuire alla creatività.

La prossima volta che si prenota un viaggio, vale la pena chiedersi: sto cercando un posto dove dormire, o un posto dove svegliarmi diverso?

This is art. This is you.

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