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Di quante fiere ha bisogno Milano?

Il paradosso del troppo e l’arte del meno. Paris Internationale a Milano

Più cose da vedere, più mostre da visitare, più possibilità di trovare qualcosa di straordinario. Funziona così, no? No. Succede il contrario. Il cervello, per proteggersi, abbassa il volume. Nel 1903 Georg Simmel gli diede un nome: atteggiamento blasé. La risposta dell’individuo metropolitano alla sovrastimolazione sensoriale. L’indifferenza non come scelta cinica, ma come difesa biologica. Quando tutto compete per l’attenzione con la stessa intensità, niente riesce più a ottenerla.

Milano ad aprile 2026 è la dimostrazione su scala urbana di quel meccanismo. Oltre duemila espositori tra Salone del Mobile e miart, centinaia di eventi tra fiere, inaugurazioni, talk e installazioni sovrapposti per settimane. Per gestire il flusso è stato persino introdotto un sistema di registrazione digitale unificata, pensato per ridurre le code nei distretti del design. Il gesto è rivelatore: quando serve un passaporto digitale per navigare un evento culturale, la complessità ha superato la soglia della fruibilità.

In questa giungla di stimoli, Paris Internationale si muove in direzione ostinata e contraria. Piattaforma indipendente fondata a Parigi nel 2015, la fiera affonda le radici nei principi situazionisti di Guy Debord: critica della “società dello spettacolo”, riappropriazione dell’esperienza vissuta attraverso la deriva, rifiuto delle strutture commerciali standardizzate. Per dieci anni ha occupato palazzi privati in disuso, sovvertendo il formato asettico dei box fieristici. Ora esce dalla Francia per la prima volta. Destinazione, Milano, nel suo mese più affollato. Non Basilea, non Londra. Milano.

La co-fondatrice Nerina Ciaccia ha parlato di una decisione ponderata, legata alla maturazione dell’ecosistema culturale milanese. Marie Lusa l’ha definita “un’altra idea folle”. Dietro l’aneddoto, però, c’è una tesi precisa: non ci si immerge nel caos per aggiungere volume, ma per dimostrare il potere dirompente del silenzio. La fiera non ha mai superato il tetto di 70 espositori ma per la prima edizione milanese ne sono stati selezionati solo 34. La ragione è programmatica, non logistica. Meno gallerie significa più spazio, più respiro, più tempo davanti a ogni opera. Significa anteporre la qualità dello sguardo alla densità commerciale. La sede è Palazzo Galbani, attualmente in fase di restauro. Uno spazio nudo, ancora “in divenire”, che dialoga con l’allestimento modulare e riutilizzabile della fiera. Il cantiere non è un limite ma una dichiarazione d’intenti.

Nella stessa settimana, miart spegne le sue prime trenta candeline radunando 160 gallerie da 24 paesi. Non è una gara tra massimalismo e sottrazione, ma la coesistenza di due filosofie di sopravvivenza per la stessa giungla urbana.

Seguendo il modello delle grandi fiere, miart opera in quel territorio ambiguo dove la selezione curatoriale convive con la necessità di riempire una sede e far quadrare i conti. È un compromesso strutturale, ma anche il motivo per cui la curatela, in quel contesto, raramente ha l’ultima parola.

Paris Internationale ribalta quella gerarchia, facendo della direzione curatoriale l’unico filtro d’ingresso. Dove una fiera tradizionale dice “qui trovi tutto”, l’altra risponde “qui vedi davvero”. Le “Daily Derives”, visite guidate dal nome situazionista, incarnano questa promessa: camminare senza meta, lasciando che sia lo spazio a guidare l’attenzione. L’obiettivo è che il visitatore esca sentendo di aver visto tutto, non di aver perso qualcosa.

Nel mondo delle grandi fiere, dove la FOMO (Fear of Missing Out) è il motore invisibile che ci spinge a correre da un’inaugurazione all’altra con l’ansia di non essere nel posto giusto al momento giusto, questa è un’affermazione eretica. La FOMO ci rende bulimici di eventi ma anoressici di contenuti. Collezionisti di “io c’ero” che hanno dimenticato “cosa ho visto”.

Baudelaire l’avrebbe capito. Il suo flâneur, il camminatore ozioso della Parigi ottocentesca, è l’esatto opposto del blasé contemporaneo. Il blasé attraversa la città protetto da una corazza di indifferenza per non impazzire. Il flâneur si perde nei dettagli, coltiva lo sguardo lento, capisce un principio oggi dimenticato: si vede meglio quando si vede meno. Il blasé controlla le notifiche in coda per un’installazione di cui dimenticherà il nome dopo un’ora. Il flâneur si lascia sorprendere da un’opera in un palazzo in restauro.

La vera questione non è quante fiere servano a Milano per mantenere alta l’etichetta di “place to be”. Riguarda la nostra capacità di meravigliarci quando la soglia di attenzione assomiglia sempre più a quella di un pesce rosso.

Il vero lusso del 2026 non è clonarsi per essere ovunque, ma fare un bel respiro, chiudere la mappa e immergersi. Perché, per quanto il caos possa essere assordante, l’arte di valore ha l’ostinato vizio di brillare comunque. I veri flâneur di questa maratona milanese sapranno scovarla senza sforzo.

This is art- this is you

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