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Il Paese più ricco d’arte al mondo è quello che la guarda di meno.

Quasi il 90% degli italiani sanno che la cultura conta,ma un terzo di loro non ha visitato un museo in tutto l’anno. Il paradosso è nei numeri.

Sessantuno siti UNESCO. Sessanta milioni di visitatori. Zero programmi in prime time.

Facciamo un esperimento mentale. Provate a spiegare a un curatore di Berlino, di Londra o di Tokyo che il Paese con il patrimonio culturale più vasto del pianeta è anche quello dove un terzo della popolazione non ha partecipato a nessuna attività culturale nell’ultimo anno. Vi guarderebbe. Guarderebbe il bicchiere da dove sta bevendo e penserebbe che state scherzando.

Ma nessuno sta scherzando.

I musei statali italiani hanno chiuso il 2024 con 60,8 milioni di ingressi e 382 milioni di euro di incassi, il miglior risultato di sempre. Gli ingressi al Parco Archeologico del Colosseo sono quasi raddoppiati rispetto al 2019. Gli Uffizi hanno incassato 62 milioni di euro.

I numeri sono trionfali…Ma chi sono questi sessanta milioni di persone?

L’Osservatorio MidaTicket, analizzando 35,7 milioni di biglietti nel biennio 2023-2024, restituisce una fotografia che dovrebbe inquietare chiunque si occupi di politica culturale: il 70% dei visitatori dei musei italiani è straniero. Due su tre. Un successo del turismo. Non un successo della cultura.

Perché i due concetti, turismo e cultura, in Italia sono diventati ormai sinonimi.

E questo è il cuore del problema.

Dall’altra parte del prisma, un Paese diverso.

L’Annuario ISTAT 2025 racconta che nel 2024 il 64,4% degli italiani ha svolto almeno un’attività culturale. Sembra ragionevole, finché non si rovescia il dato: oltre 20 milioni di italiani non hanno messo piede in un museo, in un teatro, in un cinema per un anno intero. Tra i laureati la partecipazione raggiunge l’85,4%. Tra chi ha la licenza media, crolla al 37,5%. Tra gli over 65, solo il 36,8%.

La cultura in Italia non è un diritto praticato. È ancora, purtroppo, un privilegio correlato al titolo di studio.

E quando si alza lo sguardo oltre confine, il quadro peggiora. In Svezia, Danimarca e Olanda la partecipazione culturale “alta” o “molto alta” supera il 30-40% della popolazione. In Italia si resta nella fascia bassa della classifica europea, insieme a Grecia, Portogallo e Ungheria. La frequentazione di musei e siti culturali tra i giovani italiani è decisamente meno intensa di quella dei coetanei nordici, simile a quella degli spagnoli, lontanissima da quella degli svedesi. E per occupazione nel settore culturale, con il 3,5% del totale, l’Italia supera solo Polonia, Irlanda, Croazia, Slovacchia, Bulgaria e Romania. L’Olanda è al 5,3%. La Svezia al 4,9%. La Francia e la Germania al 4%.

Il Paese con più patrimonio culturale al mondo è tra gli ultimi in Europa per quanto i propri cittadini ne fruiscono. Un paradosso che nessun record di incassi può mascherare.

Ed ecco la beffa finale, quella che emerge dall’Eurobarometro 2025, con oltre 26.000 interviste in 27 Paesi. L’89% degli italiani dichiara che la cultura è importante per la propria vita. Il 91% ritiene che arti e cultura siano fondamentali per l’economia locale. Valori superiori alla media europea.

Gli italiani sanno che la cultura conta. Semplicemente, non la vivono.

La domanda, allora in questo caso, non è “perché gli italiani non vanno ai musei?”, domanda che presuppone un deficit dei cittadini. La domanda vera è: perché il sistema culturale italiano non riesce a raggiungere i propri cittadini?

Qui entra in scena il grande assente: lo schermo.

Palinsesto Rai 2025/2026. In prime time su Rai 1: Carlo Conti, Milly Carlucci, Antonella Clerici. Tale e Quale Show, Ballando con le Stelle, The Voice Senior. L’arte contemporanea, il patrimonio culturale, la scena creativa italiana? Non in seconda serata, proprio assenti. I contenuti esistono: Art Night, Splendida Cornice, i documentari di Rai Cultura. Ma abitano Rai 5 e fasce orarie che il grande pubblico non incrocia mai.

La Francia e la Germania hanno ARTE, canale culturale pubblico, prima serata, sottotitoli in sei lingue, streaming gratuito. Un’infrastruttura culturale europea costruita con convinzione. L’Italia, primo Paese al mondo per patrimonio UNESCO, non ha mai prodotto nulla di paragonabile.

E il dato più tagliente dell’Eurobarometro 2025 riguarda le barriere alla partecipazione culturale. In Italia, la “mancanza di interesse per le attività disponibili” si attesta al 14%, superiore alla media UE. Non mancanza di soldi. Non mancanza di tempo. Mancanza di interesse. Per quello che il sistema culturale propone, nelle forme in cui lo propone, attraverso i canali in cui lo propone.

Due Italie culturali. Che non si parlano.

La prima è l’Italia-brand: 382 milioni di incassi, turisti da 144 Paesi, il 63,2% delle presenze turistiche concentrate nei comuni a vocazione culturale. Un set cinematografico a cielo aperto, visitato da chi viene da fuori.

La seconda è l’Italia reale: la spesa culturale familiare in Trentino quattro volte superiore a quella della Calabria. I giovani 15-29 nel settore culturale al 12,8%, contro il 18,1% europeo. Regioni come Liguria e Molise che vedono calare i visitatori dei musei del 18% e del 15%.

Il problema dell’Italia non è che non ha arte. Ne ha più di chiunque altro. Il problema è che ha smesso di raccontarla ai propri cittadini, delegando la narrazione ai tour operator e ai canali tematici.

Il record non è nei 60 milioni di ingressi. Il record è nei 20 milioni che non sono mai entrati. Colmare quella distanza, tra l’arte e chi non la vive ancora, è la ragione per cui Artistinct esiste. Un ecosistema che non si limita a portare l’arte italiana oltre confine, ma lavora perché torni ad appartenere, prima di tutto, a chi la abita ogni giorno.

This is art — This is you

#ArteContemporanea #CulturaItaliana #arteecultura #ARTISTINCT #thisisart

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